Informazioni al paziente
La terapia con onde d'urto è chiamata anche ESWT (dall’inglese: Extracorporeal Shock Wave Terapy) ed è una nuova terapia non invasiva ed estremamente efficace su particolari tipi di patologie. L’applicazione di questa terapia comporta tempi relativamente modesti e si esegue in poche sedute.
E’ utilizzata da tempo per il trattamento delle patologie a carico dei tessuti molli e delle ossa, sia nell’uomo che in ambito veterinario. Si sta ora sviluppando anche in altri ambiti quali quello urologico per la cura dell’Ipertrofia Penis Plastica, quello odontoiatrico nel sostegno all’implantologia, quello dermatologico per la cura delle ulcere; ulteriori sviluppi relativi ad impieghi sperimentali sono inoltre indirizzati alla stimolazione del muscolo miocardico e alla stimolazione delle cellule staminali.
La Terapia con onde d'urto
Il trattamento con onde d’urto è stato introdotto
in medicina già negli anni ’80 e utilizzato nel trattamento della calcolosi
renale. Le onde d’urto venivano, e vengono, in questo caso sfruttate per le loro
caratteristiche fisiche finalizzate alla frantumazione del calcolo.
Da queste esperienze si passa all’uso sperimentale delle onde d’urto nella
stimolazione dei monconi ossei. Nel 1986 vengono avviati i primi esperimenti
sulle ossa di animali, e successivamente tale metodica viene applicata nella
Osteogenesis Stimulated Shockwave Application (O.S.S.A.) per il trattamento
delle patologie ossee in caso di mancata riparazione delle fratture
(pseudoartrosi).
Nel 1991 viene presentata la prima apparecchiatura dedicata a questo trattamento
e da allora si è registrato un rapido sviluppo della “Extracorporeal ShockWave
Therapy (E.S.W.T.)” utilizzata anche in altri ambiti terapeutici: dapprima nelle
calcificazioni intramuscolari, e successivamente nelle patologie inserzionali
tendinee.
Dalla sperimentazione si è passati recentemente all’utilizzo pratico di questa
metodica sfruttando le potenzialità specifiche degli effetti delle onde d’urto :
• a livello del passaggio osteo-tendineo,
• a livello delle calcificazioni intramuscolari,
• a livello delle discontinuità ossee nelle patologie di mancata saldatura dei
monconi ossei.
La traduzione pratica si è quindi rivelata di grande interesse nella patologia
muscolo-scheletrica in tre specifici ambiti di intervento:
a) nel ripristino dei processi di riparazione ossea ove si registri un ritardo
di consolidazione o una evidente pseudoartrosi; tali situazioni sono
relativamente frequenti nelle fratture di tibia o di femore, nelle fratture
ulnari e soprattutto a carico dello scafoide carpale.
Spesso, soprattutto nei soggetti giovani e desiderosi di tornare in attività si
hanno mobilizzazioni precoci che provocano una instabilità rotatoria dei monconi
e possono portare ad un ritardo della saldatura ossea. L’evoluzione in
pseudoartrosi o in un ritardo di consolidamento ha più probabilità di
verificarsi nel caso di traumi che hanno portato i capi ossei ad una notevole
distanza tra loro, nel caso di traumi con l’interposizione di tessuti molli tra
i monconi, nel caso di interventi chirurgici di osteosintesi con ampio
scollamento periostale e, secondo le più recenti teorie, nell’applicazione di
sintesi rigide che impediscono l’effetto piezoelettrico di stimolazione
dell’osso.
b) nel caso di esiti fibrotici e/o calcifici delle lesioni muscolari, quali
strappi e lesioni da schiacciamento o da taglio; in tutte quelle situazioni in
cui si verifica un versamento ematico è facile la formazione di raccolte
inframuscolari che possono organizzarsi e risolversi con un residuo cicatriziale
e/o calcifico di difficile trattamento.
Tali evoluzioni patologiche possono verificarsi anche in caso di interventi
chirurgici ed in particolare di re-interventi.
Possono verificarsi anche in assenza di lesioni dirette ma in associazione a
patologie neurologiche e in particolare nei comi. In questi casi ad essere
maggiormente colpite sono le formazioni paraarticolari dell’anca e del gomito.
c) nelle patologie tendinee o nelle patologie da sovraccarico, in particolare
nelle tendinopatie croniche resistenti ad altre terapie, con una chiara e
circoscritta localizzazione anatomo-funzionale; ad esempio nelle classiche
epicondiliti (tennis elbow), nelle sofferenze del tendine d’achille, nella
tendinopatia calcifica di spalla, nelle fasciti plantari associate o meno a
spina calcaneale.
Con la sperimentazione sui tessuti biologici è stata superata la concezione
dell’effetto fisico delle onde d’urto -di frammentazione dei calcoli- grazie
alla evidenza di un’azione neovasculogenetica e di stimolazione dell’attività
cellulare.
L’utilizzazione delle E.S.W.T si è quindi affermata inizialmente in ambito
ortopedico, nei processi di riparazione ossea ove si registri un ritardo di
consolidamento o una evidente pseudoartrosi; tali situazioni sono relativamente
frequenti nelle fratture di tibia o di femore, nelle fratture ulnari e a carico
dello scafoide carpale. In questi casi la presenza di mezzi di sintesi derivanti
da precedenti interventi non rappresenta motivo di impedimento alla terapia con
onde d’urto. Essa è solitamente eseguita attraverso un puntamento radiologico
così da colpire esattamente la zona critica e richiede l’applicazione di una
energia elevata; nella maggior parte dei casi un unico trattamento si rivela
sufficiente.
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Figura 1 -42aa Uomo Tibia a 16 mesi dal trauma e a 6 mesi dopo la terapia (un unico trattamento con 6000SW) |
Figura 3 - 36aa Donna scafoide carpale a 6 mesi dal trauma e a 3/5 mesi dopo terapia (un solo trattamento con 4000SW) |
Successivamente l’attenzione per questa metodica si è rivolta al trattamento delle tendinopatie croniche resistenti alle terapie tradizionali quali la fascite plantare, la tendinopatia calcifica del sovraspinoso e l’epicondilite. La terapia, in questo tipo di patologie, è proposta in due o tre sedute; sono consigliate circa 2 settimane di intervallo tra le applicazioni successive; l’intensità di energia utilizzata è di livello medio. L’applicazione delle onde d’urto tende a coprire la zona interessata dalla patologia.
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Figura 3 - 54aa Uomo femore 14 mesi dal trauma e 9 mesi dopo la terapia (un unico trattamento con 8000SW) |
Per queste indicazioni è stata ottenuta anche l’approvazione della Food and Drug
Administration (per l’apparecchiatura Ossatron OSA140), ma sono anche altre le
localizzazioni indicative per la terapia con onde d’urto. In particolare la
tendinopatia dell’achilleo, del rotuleo, la trocanterite, la tendinopatia della
zampa d’oca.
L’indicazione elettiva è quindi rappresentata da sofferenze tendinee croniche
resistenti ad altre terapie; l’effetto sulle infiammazioni acute appare meno
clamoroso, ma sono molti gli autori che propongono le onde d’urto anche in
questi casi.
Un discorso particolare riveste il trattamento dell’atleta. Infatti lo sportivo
tende a considerare il dolore come unico elemento limitante, ma la terapia con
onde d’urto porta solitamente ad una riduzione della sintomatologia dolorosa
decisamente prima del suo effetto biologico sui tessuti, inoltre l’effetto
fisico della terapia stessa necessita di almeno una settimana per essere
assorbito; quindi è importante informare l’atleta e l’allenatore dei tempi da
rispettare per la ripresa dell’attività poiché una ripresa incauta potrebbe
portare ad effetti negativi anziché ad un miglioramento della sofferenza
tendinea.
Successivamente la terapia con onde d’urto è stata utilizzata con successo anche
nel trattamento dei processi calcifici muscolari e tendinei. In questi casi si
registra spesso un netto miglioramento clinico nella mobilità del segmento cui
non corrisponde analoga modificazione del quadro radiografico che si modifica
solo molto più tardi.
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Figura 5 - 57aa Uomo Paraosteopatia gomito prima e 3 mesi dopo il trattamento (due trattamenti con 1600SW)
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Figura 4 - 48aa Uomo Tendinopatia calcifica di spalla prima e dopo trattamento (2 trattamenti con 1400SW) |
Buoni risultati sono stati ottenuti anche nella stimolazione della
vascolarizzazione in particolari patologie dell’osso quali la necrosi della
testa del femore e della testa dell’omero o nelle sindromi algodistrofiche.
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Figura 6 – 20aa Uomo miosite ossificante RMN prima e 3 mesi dopo il trattamento (due trattamenti con 1500SW) |
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Figura 7 – 48aa Uomo Necrosi della testa del femore RMN prima e 6 mesi dopo il trattamento (un unico trattamento con 5000SW) |
Altre applicazioni
Le risposte positive ottenute nel trattamento dei
tessuti tendinei hanno indotto l’uso delle onde d’urto anche nel trattamento
delle fibrotizzazioni delle fasce e dei tendini come nel caso delle rigidità
postraumatiche o nel morbo di Dupuytren.
Per analogia l’uso della stimolazione con onde d’urto si è diffuso ad altre
branche mediche, infatti in andrologia è stato proposto e si sono ottenuti buoni
risultati nel trattamento dell’ Ipertrofia Penis Plastica; in odontoiatria è
stata proposta nell’implantologia, in veterinaria per le patologie tendinee
analogamente al trattamento umano.
Una decisa spinta ad un allargamento del campo applicativo delle onde d’urto è
venuta recentemente dalla sua proposizione in chirurgia plastica nel trattamento
delle ulcere cutanee; in questo caso è stata messa a punto una particolare sonda
generatrice di onde d’urto defocalizzate atte ad una azione superficiale
diffusa.
Ulteriori possibili Applicazioni
A livello sperimentale si sta sviluppando una
proposta terapeutica peculiare in cardiologia finalizzata alla stimolazione
delle zone cicatriziali o sofferenti del muscolo cardiaco dopo infarto miocardio
attraverso una specifica focalizzazione dell’onda d’urto.
Infine si sta sviluppando un ulteriore ambito di ricerca riferito alla
stimolazione della crescita nelle cellule staminali.
Cautele
La terapia ad onde d’urto ha delle nette
controindicazioni nel caso di infezioni ossee, sulle cartilagini di
accrescimento e nei disordini della coagulazione. Inoltre vi sono delle
controindicazioni relative come nel caso di tumori ossei, in caso di gravidanza
e nei portatori di pace-maker. Altra controindicazione relativa è rappresentata
da infiltrazioni cortisoniche recenti, poiché queste possono alterare la
risposta dei tessuti e ridurre significativamente l’effetto biologico cellulare
conseguente alla terapia.
Particolare attenzione deve essere posta ai possibili effetti indesiderati sui
tessuti nervosi e vascolari, che possono venire danneggiati dal trattamento
stesso. La terapia ad onde d’urto non deve essere quindi utilizzata a livello
della colonna vertebrale, del cranio e del torace.
Dolorosità
Va tenuta presente la possibilità che la terapia
possa risultare dolorosa e quindi spiacevole per il paziente; infatti quando
l’onda d’urto va a colpire la zona da trattare può giungere a impattare la
porzione superficiale dell’osso. Questa porzione “corticale” dell’osso è
particolarmente ricca di recettori e sensibile alla stimolazione pressoria. E’
inevitabile la sua sollecitazione quando si va a trattare una sofferenza
tendinea molto prossima ai capi ossei o quando si vuole trattare una sofferenza
al suo passaggio osteo-tendineo. Il dolore suscitato per ogni onda d’urto è
legato al numero di recettori stimolati e quindi all’ampiezza della zona
trattata ma soprattutto alla quantità di energia somministrata, più che alla
semplice densità di flusso di energia somministrata; la conseguenza di ciò è che
alcune apparecchiature risultano più dolorose altre meno. Nella maggior parte
dei casi anche questa sensazione dolorosa, seppur fastidiosa, è ben tollerata.
Solo raramente si ricorre ad un’anestesia locale.
Quando si tratta l’osso è inevitabile colpire direttamente la zona corticale tra
l’altro ad una intensità elevata; il dolore provocato è significativo tanto che
in questi casi è opportuno utilizzare una blanda forma di anestesia con una
sedazione del paziente, anche perchè l’anestesia locale non risulta congrua.
Non va dimenticato che
La maggior parte dei trattamenti riguarda le
patologie dei tessuti molli e le infiammazioni muscolo-tendinee. La terapia con
onde d’urto agisce su condizioni di sofferenza che hanno cause biomeccaniche
spesso distanti dalla sede di infiammazione da trattare; quindi l’efficacia
della terapia non è legata solo all’efficacia del trattamento in sé, ma richiede
una corretta diagnostica biomeccanica e un trattamento di rieducazione e
correzione di sostegno atto a modificare anche le cause originarie della
patologia per evitare il rischio che la medesima patologia si ripresenti a breve
distanza.
E’ quindi importante che la terapia con onde d’urto sia parte di un processo
terapeutico più ampio che valuti l’aspetto patologico nell’insieme della
condizione clinico-funzionale del soggetto, così che, integrata con altri
interventi fisiokinesiterapici, risolva il fenomeno infiammatorio conclusivo e,
contestualmente, intervenga anche sulle cause originarie.
In conclusione
Si può quindi affermare che, nei casi in cui vi è
una corretta indicazione clinica, l’interesse per il trattamento con la terapia
ad onde d’urto si evidenzia
- nella riduzione del ricorso al trattamento chirurgico,
- nella riduzione dell’uso di farmaci,
- nella relativa assenza di effetti collaterali,
- nella precoce evidenza della risposta positiva,
- nel numero estremamente ridotto dei trattamenti necessari.
Hai delle domande?
Il nostro staff è a vostra disposizione per rispondere alle vostre richieste di informazioni sulla terapia con onde d'urto.
Accedi al servizio Medico On Line
Autore Dr. Paolo Buselli, pubblicato su "Il Fisioterapista 2007; 4:15-21", Edi.Ermes srl
Ultimo aggiornamento pagina: giovedì 06 marzo 2008






